Mangiarsi le unghie - è un'opera d'arte



Regina José Galindo - Autocanibalismo, performance, 2001, Belia de Vico's gallery, Guatemala City. Photo: Belia de Vico
Regina José Galindo - Autocanibalismo, performance, 2001, Belia de Vico's gallery, Guatemala City. Photo: Belia de Vico



Ci chiediamo spesso chi siamo, come ci percepiscono gli altri, quale sia la potenza della nostra immagine e poi, quasi per compensazione al non riuscire a trovare risposte adatte, postiamo sui social network foto che ci immortalano in fittizi momenti che ricostruiamo ad hoc per essere socialmente accettabili.

Nel sovraffollamento e ipercostruzione delle immagini quotidiane quando ci si trova di fronte alla potenza evocatrice del gesto umano e della semplicità si rimane basiti. Ed è quello che mi è successo guardando il volto di Regina José Galindo immortalata da Belia De Vico nella sua performance Autocanibalismo nel 2001.


Niente filtri Instagram dal tono liberty, niente avatar, nessuna ricostruzione digitale. Un vestito nero senza decorazioni, dei capelli tagliati corti, una sedia semplice su cui sedersi per sentire il tempo scorrere meno pesante e l’artista che si mostra nell’atto compulsivo di mangiarsi le unghie. Si tratta di Regina José Galindo, artista contemporanea e poetessa nata in Guatemala nel 1970 che si esprime principalmente attraverso le performance. La sua carriera artistica, documentata a partire dal 1999, la vede al centro di opere che partendo dal contesto guatemalteco di appartenenza esplorano tematiche legate agli abusi di potere, ai diritti umani e alle questioni politico-sociali.


L’artista ha sempre usato se stessa e la sua immagine come medium per altre storie, definendo la sua arte politica, ma stando attenta a non cadere nell’etichetta dell’attivismo che reputa troppo grande per lei.

Tra i suoi lavori premiati si trovano ¿Quién Puede Borrar Las Huellase? (Chi può cancellare le impronte) e Himenoplastia,2004 (Imenoplastica), performance e video che le valgono il Leone d’oro alla Biennale di Venezia del 2005. Da una parte una performance in cui l’artista camminando dalla Corte Costituzionale fino a Palazzo Nazionale del Guatemala lascia le sue impronte di sangue sul cammino, dall’altra un video in cui riprende l’operazione chirurgica per la ricostruzione della sua verginità. Azioni di rivendicazione, atti performativi che esorcizzano il dolore comunitario attraverso la messa in scena.


Nonostante Regina José Galindo sia rappresentata da immagini ben più iconiche, la foto di Belia de Vico che ritrae l’artista durante Autocanibalismo, e che fa parte di una serie di tre fotografie visibile sul sito dell’artista, fanno emergere un lato intimo, umano e vulnerabile, una semplicità dell’atto performativo a cui non siamo più abituati. L’artista si mangia le unghie in modo compulsivo e con questo atto ci rende da un lato partecipi di un modo comune per esorcizzare situazioni di ansia e dall’altro consapevoli della differenza tra un gesto performativo e un gesto quotidiano: l’intenzionalità di trasformare una azione incontrollata in un gesto consapevole.

La performance si è svolta nel 2001 nella galleria di Belia De Vico, uno spazio indipendente nella città del Guatemala ed è stata ripresa dalla videocamera di Alejandro Marré. Autocanibalismo non prevedeva alcun tipo d'interazione con il pubblico – “è stato piuttosto facile” – mi ha detto l’artista – “Marré ha acceso la telecamera, ha iniziato a registrare, io mi stavo già mangiando le unghie, lo faccio sempre, abbiamo filmato” -.

Il volto viene inquadrato con la bocca coperta dalle mani, gli occhi bassi e un’aria preoccupata che sottolinea la solitudine dell’artista in quel momento e la sua presenza-assenza dovuta dal fatto che l’azione del mangiarsi le unghie sta prendendo il sopravvento. L’artista è riconoscibile non solo grazie al suo volto, ma anche grazie alla messa in evidenza della sua presenza in quanto performer, che è capace, attraverso l’arte, di elevare una azione banale che potrebbe essere eseguita da chiunque a gesto artistico tramite l’intenzionalità di quest’ultimo. Il binomio tra azione incontrollata e consapevolezza del gesto è ciò che rende affascinante questa fotografia e che mi spinge a ritenerla una perfetta forma di autoritratto della performer. Non un selfie ricostruito e digitalizzato ma una semplicità che incarna perfettamente quell’Estoy Viva, frase di riconoscimento dell’artista, e un modo di essere e di porsi, veri, attivi e senza paura di mostrarsi vulnerabili in qualunque situazione.


Elisa Muscatelli